I virus sono entità biologiche con dimensioni submicroscopiche, che diversamente da altri microorganismi come batteri ed archea si replicano solo infettando le cellule ospiti, di cui utilizzano gli apparati e le strutture per garantire la generazione di nuove particelle virali. Ogni ciclo di infezione che comprende l’attacco alla cellula ospite, l’ingresso del virus al suo interno, la replicazione del materiale genetico e il rilascio delle nuove particelle virali definiscono una generazione virale (Sanjuàn & Domingo-Calap, review 2016). Durante il cambio generazionale, che per i virus corrisponderebbe al passaggio da un ospite all’altro, tutti i virus, tra cui Sars-Cov-2 cambiano, modificando quelle strutture necessarie per la loro sopravvivenza.

Questi cambiamenti sono il risultato di mutazioni del genoma virale che possono risultare in effetti trascurabili sulle caratteristiche del virus, oppure modificare alcune proprietà del virus quali la trasmissibilità, la gravità della malattia che ad esso è associata e l’efficacia dei vaccini con gravi conseguenze sulla salute della popolazione e sul sistema sanitario. Il ceppo virale che contiene questi cambiamenti e che si diffonde nella popolazione si definisce variante, differente cioè nella sequenza genica rispetto al primo ceppo iniziale diffuso nella popolazione.

Alfa, beta, gamma, delta: in cosa variano?

La proteina del Sars-Cov-2 che da inizio pandemia si è rilevata più suscettibile all’accumulo di mutazioni e di modifiche è la proteina di superficie spike, che viene raffigurata come perle della corona disposte sul rivestimento esterno del virus (Envelope), assimilabile ad un uncino con il quale il virus si ancora al recettore di superficie delle cellule dei capillari polmonari ACE2 prima di essere inglobato nella membrana cellulare e penetrare all’ interno della cellula ospite, dove avvia il processo di generazione di nuove particelle virali. Le mutazioni rilevate nella sequenza della spike del Sars-Cov-2, associate ai rischi potenziali e a quelli osservati nella velocità di diffusione, severità nell’insorgenza della malattia COVID-19, e resistenza al trattamento farmacologico costituiscono oggi i criteri di classificazione ed identificazioni delle varianti.

Al fine di facilitare l’identificazione delle varianti, l’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità, WHO) ha introdotto l’uso delle lettere dell’alfabeto greco e la notazione di varianti di interesse (V.O.I. variants of Interest) o varianti preoccupanti (V.O.C: variants of Concern) a seconda del rischio per la salute pubblica. Cronologicamente, la prima variante VOC Sars-Cov-2 inizialmente rilevata in Sud-Africa nel maggio 2020 è la variante beta, seguita dalla variante alfa (rilevata per la prima volta in Inghilterra, settembre 2020), gamma (Brasile, Novembre 2020) e la variante Delta. Quest’ultima è stata rilevata per la prima volta in India nell’ottobre 2020, ed è caratterizzata da circa sette mutazioni nella sequenza della proteina spike di cui tre mutazioni presenti anche in altre varianti. Inizialmente classificata come variante di interesse ad aprile 2021, è stata definita come variante preoccupante il mese successivo a causa dell’osservata elevata trasmissibilità, e da un’analisi di rischio che ha messo in evidenza una potenziale non responsività al trattamento con anticorpi monoclonali e potenziale riduzione dell’efficacia degli anticorpi generati dopo la vaccinazione.

Da qui la necessità di eseguire test di screening dell’avvenuta infezione da SARS-COV-2 che abbiano come target, un costituente del virus, che possa essere rilevato malgrado le mutazioni presenti a livello della proteina spike.

Test Antigenici e le varianti covid

I test antigenici si effettuano attraverso la lisi di materiale biologico quale la saliva prelevato del paziente che comporta la dissoluzione delle particelle virali ove presenti. La rottura delle particelle virali consente il rilascio delle proteine che costituiscono il virus. Tra queste la proteina N del nucleocapside che è associata all’RNA di SarsCov2 ed è localizzata internamente al capside virale. A seguito della rottura del virus, la proteina N viene rilasciata nella soluzione in cui il campione è dissolto ed esposta al legame con l’anticorpo che si trova sul dispositivo del test.

La positività rilevata con i test antigenici, indica l’infezione COVID-19 del campione e quindi del soggetto e potrebbe essere rilevata anche in soggetti che non hanno completato il ciclo di vaccinazione e che potrebbero essere veicolo di infezione e diffusione delle varianti. Poiché la proteina N è contenuta all’interno del virus, eventuali mutazioni a livello della spike non incidono sul funzionamento del test ed anche mutazioni della proteina N stessa non influenzerebbero l’efficacia del test, in quanto basati su anticorpi diretti contro tutta la proteina ricombinante e non contro sequenze specifiche della stessa.

I test antigenici rappresentano quindi il migliore strumento di screening, adesso a disposizione di tutti e senza limitazioni di utilizzo: per le sicurezza personale, che per quella pubblica.